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Specialisterne Foundation is a not-for-profit foundation with the goal to generate meaningful employment for one million autistic/neurodivergent persons through social entrepreneurship, corporate sector engagement and a global change in mindset.

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Genere, donne autistiche e mercato del lavoro

Ott 13, 2022

Prima di affrontare il tema centrale di questo articolo, dobbiamo fare alcune considerazioni sul genere.

Sicuramente, molte persone autistiche che leggono queste righe si saranno chieste migliaia di volte: cosa significa esattamente essere una donna? Ha a che fare con le caratteristiche performative (cioè con il modo in cui agiamo nella società) o con qualcosa di inerente all’essere stesse? E cosa significa essere un uomo? Le categorie “uomo” e “donna” sono costrutti sociali e quindi suscettibili di essere decostruite, o c’è qualcos’altro dietro i ruoli di genere?

Io e le persone che frequentano il mio ambiente ci poniamo costantemente queste domande, e tutte per un semplice motivo: le persone autistiche tendono ad avere una relazione particolare con il genere. In generale, le regole imposte dall’esterno (cioè le formule concordate dalla società) possono essere confuse, prive di senso, senza uno scopo chiaro. Non comprendiamo perché il contatto visivo sia così importante (ascoltiamo meglio fissando dall’altra parte), e le chiacchiere possono annoiarci enormemente. Inoltre, in termini di genere, spesso ci si chiede perché i giocattoli o i tipi di abbigliamento siano associati a una categoria specifica (uomo o donna); perché dovremmo agire in modi diversi se siamo nati con dei genitali o altri, o perché la famiglia nucleare monogama ciseterosessuale è l’unica (e la migliore) possibile? Insomma, molte e molti di noi percepiscono il genere come uno spettro, a scapito di una concezione binaria che può sembrare superata o priva di qualsiasi logica.

Le convenzioni sociali coprono praticamente tutto, e per le persone neurotipiche sembra relativamente facile (con eccezioni, ovviamente) rispettarle, presumere che il genere sia definito da una serie di regole più o meno rigide e agire di conseguenza. Ma per molte persone autistiche (almeno quelle che conosco) è più complicato dare un senso a tutto questo e integrarlo come parte del proprio essere. Per questo motivo è molto più comune che la popolazione autistica faccia parte del gruppo LGTBQIA+ e/o abbia una relazione particolare con il genere. Ci sono persino attivisti che hanno coniato il termine “autigender” per spiegare come entrambi i concetti siano correlati in alcune persone autistiche (il loro modo di vedere il genere non può essere separato dal loro autismo, e viceversa), o “mascheramento di genere”, a cui si riferisce al nostro sforzo di eseguire una serie di atteggiamenti maschili o femminili (a seconda dei casi) per adattarsi meglio alla società.

Il ruolo delle donne nella società

Come si evince dal paragrafo precedente, a questo punto non parlerò solo di donne cis; Parlerò anche di donne trans, bisessuali, androgine, non binarie, lesbiche butch o femme, e tutto ciò che è lontano dal più puramente normativo e standard. Non dovrei sottolineare questo punto, ma spesso è dato per scontato che le uniche donne là fuori siano ciseterosessuali bianche, sane di mente, di ceto medio-alto e neurotipiche. E dobbiamo allargare quel focus per incontrare donne che, ad esempio, non possono permettersi una diagnosi (perché hanno un basso livello socioeconomico; quindi dall’attivismo autistico rivendichiamo la validità dell’autodiagnosi), o che non sono visibili perché difficilmente si alzano dal letto a causa della loro sofferenza psichica (donne psichiatriche, per esempio), o che hanno un’identità di genere dissidente non conforme alla norma.

Tuttavia, non potendo coprire tutto, mi concentrerò solo sulle persone percepite come donne dalla società. Fin dall’infanzia impariamo che le donne devono essere rispettose, obbedienti, accomodanti, premurose, con un alto senso di responsabilità, serie ed educate; Si vede anche bene che le donne sono piuttosto schive, non chiassose, con iniziativa ma in una certa misura (non troppo competitive per non disturbare le gerarchie del potere), perfezioniste e ordinate. Ma qui iniziano i problemi per le donne autistiche, in entrambe le direzioni: la sottodiagnosi è molto comune, ovvero il raggiungimento della diagnosi in età adulta (se la donna in questione rientra in quel profilo di persona obbediente, timida e con pochi amici, nessuno si allarma o sospetta che possa essere nello spettro perché ha un atteggiamento “normale”, quello che ci si aspetta da lei in base al suo genere), ma, d’altra parte, è molto comune anche il mascheramento (per adattarsi a quel profilo di donna perfetta che, inconsciamente, percepiamo come l’ideale, quello desiderato da tutti).

Sia la sottodiagnosi che il mascheramento hanno gravi conseguenze per le donne. Alla fine, cercando di adattarci a un mondo che percepiamo come ostile, possiamo sviluppare disturbo da stress post-traumatico, ansia patologica, fobia sociale, perfezionismo estremo o disturbi alimentari. A questo si aggiungeranno anche le caratteristiche dell’autismo: la rigidità cognitiva, la comunicazione spesso letterale, l’ingenuità (siamo più inclini agli abusi e all’abbandono da parte di professionisti e colleghi) o il nostro forte senso di giustizia e moralità che può causarci problemi quando si prendono decisioni non etiche sul lavoro. Va notato che si tratta di generalizzazioni, poiché non esistono due donne autistiche uguali, ma sicuramente molte di noi si vedono riflesse in uno o più dei punti sopra menzionati.

D’altronde è molto comune che le nostre peculiarità siano viste come fallimenti individuali, anomalie da riparare, difetti da guarire (in alcune terapie, ad esempio, le persone autistiche sono costrette per anni a guardare negli occhi, invece di rispettare questa differenza). E, invece di cercare un’inclusione forzata, di cercare di integrarci in una società abilista che vuole cancellare le nostre caratteristiche uniche per disperderle in una normalità unica e universale, dovremmo cambiare focus e imparare semplicemente a vivere insieme, rispettando le particolarità di ciascuna persona.

Come sopravvivere al mercato del lavoro?

È probabile che per il nostro passato, che spesso include bullismo e la suddetta sottodiagnosi, sommato ad altre negligenze, nonché per le richieste di un mercato del lavoro estremamente competitivo che premia la persona più carismatica e socialmente capace e comunicativa (capacità che di solito sono difficili da assumere per le donne autistiche), finiamo per sviluppare ansia e anche una forte depressione, a causa di quel costante tentativo di inserirci nella norma e di agire secondo ciò che ci si aspetta da noi.

Sulla stessa linea si possono sviluppare stanchezza dopo la socializzazione nelle riunioni di lavoro, crolli e persino burnout per eccesso di mascheramento, sovraccarico dovuto agli stimoli, tendenza a cercare l’approvazione costante di colleghi e superiori, sensazione di dover fingere un ruolo o interpretare un personaggio per adattarsi (perché vediamo che l’uomo estroverso in ufficio riuscirà sempre più di noi, pur lavorando molte più ore di lui e consegnando relazioni perfette, dettagliate e senza errori). Regna la sensazione che il mercato del lavoro è governato dalla concorrenza, bugie, apparenze, dalla capacità di scavalcare l’altro o di avere abilità imprenditoriali, e l’intuizione ancora più schiacciante che il mercato del lavoro debba essere altro; un mondo infinito di possibilità, un mondo che premia anche le persone meno carismatiche, quelle neurodivergenti, coloro che si impegnano ogni giorno per svolgere al meglio il proprio lavoro. Ma di solito proviamo molta frustrazione perché vediamo che c’è ancora tanta strada da fare per arrivarci.

Infine, ci resta una domanda: come può una donna autistica trovarsi in un ambiente di lavoro sicuro, con colleghi che la apprezzano, la rispettano e la capiscono? Dipenderà molto dalla personalità e dal carattere di ciascuna; in generale però tendiamo a prestare molta attenzione ai dettagli, ad aiutare gli altri, a lavorare instancabilmente se crediamo in quello che facciamo, a combattere l’ingiustizia, a essere leali e oneste. Vi invito a cercare di conoscere ciascuna di noi individualmente e scoprire tutte le potenzialità che, in molte occasioni, non siamo state in grado di mostrare al 100%.

(Articolo di Montse Bizarro, Specialisterne Spagna)