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Gli Specialisti: “Non mi sento bene, vado a casa”

Nov 10, 2023

Clara ha lavorato per tre mesi in un Call Center a Vigo come teleoperatrice. Sapeva che non era un lavoro per lei, ma aveva bisogno di soldi per pagare l’affitto. Sul lavoro non capiva perché tante situazioni che altri gestivano senza problemi a lei dessero fastidio: balbettava se percepiva che il tono del suo interlocutore era ostile, le veniva la febbre dopo una giornata troppo faticosa, si chiudeva in bagno a piangere durante le pause se qualcuno la insultava, aveva il terrore di improvvisare, faceva fatica a chiudere le vendite. E alla fine non superò il periodo di prova e fu licenziata, provando un senso di colpa che, però, non condivideva con nessuno.

 

Dopo quella disastrosa esperienza lavorativa, Clara si chiuse per tre settimane nel piccolo appartamento condiviso con altri ragazzi. Juan, uno dei suoi compagni di classe, cercò di tirarla su di morale comprandole i fumetti di Naruto, o, i suoi spaghetti istantanei preferiti Yatekomo, ma Clara rimaneva impassibile davanti a tutti i suoi tentativi. Alla fine riuscì a portarla al Jukebox Vigo, uno dei bar più frequentati della città, per festeggiare il compleanno di un amico comune. Juan rassicurò Clara che il posto era “una specie di caffetteria”, e lei immaginò qualcosa di tranquillo, austero, poco affollato. Invece si ritrovò in uno spazio completamente diverso: reggaeton a tutto volume, braccia pelose che sfregavano contro magliette sudate, odore corporeo misto a profumo scadente. Ebbe subito la sensazione di trovarsi in un incubo.

 

Clara sentiva entrare il panico per quella mancanza di anticipazione, per la rottura delle aspettative, perché aveva un concetto diametralmente opposto a quello di Juan riguardo a cosa significasse “trascorrere un pomeriggio piacevole”. Una volta entrata nel locale venne sovrastimolata dal volume eccessivo della musica, dalle conversazioni simultanee e da un aroma di agrumi particolarmente intenso, e dovette uscire coprendosi le orecchie. Juan la seguì e lei confessò che non si sentiva in grado di rientrare. “Non preoccuparti, chiederò al cameriere di preparare un tavolo fuori.” Clara apprezzò il gesto di Juan, anche se in realtà desiderava solo a fuggire da quel luogo il più presto possibile.

 

Il resto del gruppo accettò di continuare la festa fuori, ma Clara intuì che non erano contenti della decisione; si davano di gomito e la indicavano, la guardavano con la coda dell’occhio cercando di nascondere le risate, alcuni addirittura la guardavano con disprezzo. Si sentiva molto a disagio, ma aveva le gambe paralizzate e non osava spostarsi dalla sedia per non rendersi ancora più ridicola. Dopo alcuni minuti di angoscia, riuscì ad articolare con voce sottile: “Non mi sento bene, vado a casa.” Si alzò di scatto, fece cadere accidentalmente dal tavolo un bicchiere mezzo pieno e inciampò nella sua sedia. Tutti risero. Anche Juan rise. Clara ne sarebbe rimasta delusa, se la vergogna non avesse preso il sopravvento sui suoi sentimenti.

 

Sull’autobus, tornando a casa, Clara pianse per più di un’ora. Tracce di mascara le scendevano lungo le guance arrivando giù fino al collo. In quel momento si rese conto che stava cadendo in un buco nero e la parola “depressione” cominciò a materializzarsi davanti ai suoi occhi sfocati. Si spaventò. Ebbe anche l’intuizione che niente sarebbe stato uguale a prima con Juan, e che lui non l’avrebbe mai perdonata per essere così com’era.

 

Prima di addormentarsi, Clara guardò il video di un’attivista autistica e pensò che forse questa era la risposta a molte delle sue domande. Il lunedì successivo contattò un’associazione per valutare una possibile diagnosi di autismo. I suoi sospetti furono confermati il mese successivo, dopo numerosi questionari e test psicologici, colloqui con parenti stretti e altri test.

 

Dopo aver ricevuto la diagnosi, Clara ha iniziato a lavorare al progetto Specialisterne presso Casa Batlló a Barcellona, in particolare come una delle direttrici del negozio. Finalmente, sente di potersi esprimere, di poter essere sé stessa. Sa di poter chiedere il sostegno del quale ha bisogno, viene valorizzata in quali compiti nei quali può eccellere. Non avrebbe più vissuto un’esperienza come quella del Call Center.