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Neuroinclusione?

Gen 12, 2023

Da qualche tempo nel mondo della Diversity & Inclusion è comparsa una nuova parola: neuroinclusione. Ma cosa significa?

Si tratta di un neologismo, e come molte parole di recente creazione non ne esiste una definizione univoca, né c’è stato un uso abbastanza esteso e duraturo nel tempo di questo termine da aver creato una consuetudine che ne suggerisca un’interpretazione chiara. Per il momento, la parola neuroinclusione viene utilizzata in due modi diversi, e le differenze nell’uso, sebbene a prima vista potrebbero apparire insignificanti, ne cambiano profondamente il significato.

Possiamo intendere neuroinclusione come l’inclusione delle persone che presentano differenze neurocognitive rispetto alla media della popolazione, ossia le persone neuroatipiche o neurodivergenti. Oppure possiamo pensare alla parola neuroinclusione in relazione al concetto di neurodiversità, possiamo cioè immaginare la neuroinclusione come la convivenza paritaria di tutti i neurotipi, tanto quello tipico che quelli divergenti. Secondo questa interpretazione non si tratterebbe dell’inclusione di chi viene percepita o percepito come differente rispetto alla media, la classica inclusione paternalistica, seppure con le migliori intenzioni.

La neurodiversità, ossia la variazione di caratteristiche nello sviluppo neurologico umano, ci permette di spiegare la diversità neurologica da un punto di vista differente, da un’angolazione che si concentra appunto sulle differenze e non sull’idea di deficit, reali o presunti. Questo ovviamente non vuole dire che non esistono più difficoltà, che una persona autistica o dislessica o disprassica non incontri tutta una serie di ostacoli sul suo cammino o che non abbia necessità di supporto. Concentrarsi sull’idea di diversità intesa come variabilità di caratteristiche, cioè parlare di neurodiversità, vuol dire far comprendere al mondo che non si può essere definiti esclusivamente per delle mancanze, dei deficit, perché questa è comunque una visione falsata della realtà. […]

Oggi, dicevamo, si parla sempre di più di inclusione delle neurodivergenze (e non della neurodiversità, che è un errore) o appunto neuroinclusione.

Il problema è che nella maggior parte dei casi i presupposti sono errati, perché si impongono modelli neurotipici a persone neurodivergenti. Ciò che in molti casi avviene (ovviamente è una generalizzazione) è un tentativo di spingere le persone neurologicamente differenti a utilizzare strategie di coping, a compensare quelli che continuano a essere percepiti come difetti perché messi a confronto con un modello neurologico “normale”, tipico. […]

È il modello classico dell’inclusione come processo imposto dall’alto che si ripete sempre allo stesso modo, come un clone, anche quando parliamo di neuroinclusione: io, società “normale”, ti permetto di entrare a far parte del mio gruppo ma tu, neurodivergente, autistico, dislessica, tourettica o ADHD, devi imparare a fare le cose a modo mio. Insomma, la responsabilità delle difficoltà di interazione tra due gruppi sociali, neurodivergente e neurotipico, non viene quasi mai condivisa, ma sempre attribuita al gruppo sottorappresentato.

E invece sarebbe utile se chi si occupa inclusione lavorativa partisse dall’idea di reciprocità di cui abbiamo già parlato abbondantemente in altre occasioni. Non basta istruire il diverso per farlo comportare da persona “normale”.

Perché è fondamentale l’idea di reciprocità? Perché non toglie dignità alle persone neurodivergenti, non addossa solo su di loro la responsabilità di dover cambiare, di dover fare meglio e superare le difficoltà andando contro la loro natura. Insomma, dire a un autistico di provare a resistere agli stimoli sensoriali per cui la sua neurologia non è strutturata a resistere, è come dire a una persona in carrozzina che deve provare a camminare. […]

Ed è qui che volevo arrivare, al vero significato di neuroinclusione che non è solo l’inclusione delle neurodivergenze, perché continuerebbe a proporre il modello classico, paternalistico e disfunzionale di inclusione che arriva dall’alto, l’idea che ci sia un gruppo di persone migliori di altre che permette a quelle inferiori di far parte del proprio mondo. Pensiamo alla neuroinclusione invece come alla convivenza dei diversi neurotipi, quelli divergenti e quello tipico, alla convivenza della neurodiversità, anzi, alla neuroconvivenza.

[Questo è un breve estratto dal libro “Di pari passo, il lavoro oltre l’idea di inclusione”, di Fabrizio Acanfora, ed. Luiss University Press]